Primi e ultimi

berlusconi, bersani, pd, ilva, operai, sallusti,alfano Bersani for President. Bersani ha vinto. Ha vinto le primarie, aggiudicandosi i favori nelle Regioni rosse. Che è come dire ” se esco senza ombrello quando piove mi bagno” Sembra che il PD abbia conquistato la poltrona presidenziale degli USA. Domenica il ballottaggio per conoscere il nome del politico che guiderà la “sinistra” nella guerra dei mondi. E se sarà Bersani, attenzione alla chioma delle bambole, nessuno avrà tempo per pettinarle. 

Sallusti se la prende con Alfano: nemmeno una parola di solidarietà, anzi il parlamentare esprime critiche sulla bocciatura del ddl sulla diffamazione. Insomma Giuseppino da Agrigento vorrebbe vedere in carcere Sal “crapa pelata”.  berlusconi, bersani, pd, ilva, operai, sallusti,alfanoE il giornalista si sente offeso. Sveglia Direttore il tempo delle favole è finito!

berlusconi, bersani, pd, ilva, operai, sallusti,alfano L’ILVA di Taranto chiude l’area a freddo lasciando a casa 5000 dipendenti. Cinquemila famiglie senza reddito, senza la possibilità di sopravvivere. E’ un crimine contro l’umanità, eppure nessuno dei dirigenti verrà punito. Sulle SUV nuove faranno vacanze a  Cortina e festeggeranno il Natale e l’Anno Nuovo stappando champagne. E gli operai?  Scatta lo sciopero, manganelli e Polizia a difendere gli interessi padronali.

Intanto il Berlusca sta per fondare un nuovo partito, Forza Italia.2, la vendetta. Ne sentivamo davvero la mancanza. Bellachioma perde il pelo ma non il vizio. 

Topi e uomini

topi.jpg L’altra mattina, aprendo la porta di casa, ho trovato sul pianerottolo un topo. Un topo vivo, immobile, che mi guardava e sembrava sorridere agitando i baffi. Stupore iniziale ( “ohibò un topo in casa!”), panico femminile (” ahaaaa un topo…!!!”). Rapido movimento della coda e via a cercare altri luoghi più sicuri. Forse si era perso, forse cercava affetto… o formaggio. Non ha trovato ne l’uno ne altro, solo un paio di scope a disturbarlo, ad allontanarlo.   Inevitabile il ricordo di Trilussa

Un Sorcio ricco de la capitale
invitò a pranzo un Sorcio de campagna.
- Vedrai che bel locale,
vedrai come se magna...
- je disse er Sorcio ricco - Sentirai!
Antro che le caciotte de montagna!
Pasticci dorci, gnocchi,
timballi fatti apposta,
un pranzo co' li fiocchi! una cuccagna! -
L'intessa sera, er Sorcio de campagna,
ner traversà le sale
intravidde 'na trappola anniscosta;
- Collega, - disse - cominciamo male:
nun ce sarà pericolo che poi...?
- Macché, nun c'è paura:
- j'arispose l'amico - qui da noi
ce l'hanno messe pe' cojonatura.
In campagna, capisco, nun se scappa,
ché se piji un pochetto de farina
ciai la tajola pronta che t'acchiappa;
ma qui, se rubbi, nun avrai rimproveri.
Le trappole so' fatte pe' li micchi:
ce vanno drento li sorcetti poveri,
mica ce vanno li sorcetti ricchi!

Scrivere, scrivere

scriv.jpg A volte scrivere è una necessità. Ristabilisce un equilibrio intimo tra noi e gli eventi che accadono. Le ingiustizie sembrano meno violente se trovi la forza di analizzarle, i politici meno furfanti se li colpisci con la penna e il sociale meno drammatico se lo fissi su un foglio. Scrivere ti da la sensazione di migliorare il mondo e ti senti un pò meno complice di questo sfacelo. Ma scrivere rischia di diventare un modo per coccolarsi con le parole, per essere diverso dagli altri che non si fermano mai a riflettere. Scrivere può allontanarti dalla massa e collocarti nell’olimpo delle intellighenzie, nel salotto buono della “cultura”, così da respirare aria pura e rarefatta delle cime. Così da provare allucinazioni da altura e trovarti completamente distaccato dal “campo base”. Ho letto articoli che potevano concorrere al premio Pulitzer, ma non traspariva la minima partecipazione al fatto, non suscitavano alcun sentimento, se non il piacere di una perfetta composizione letteraria. Al contrario ho ricevuto lettere dal carcere, in un italiano approssimativo e sgrammaticato, che colpivano nel segno e costringevano a riflettere. Coloro che tutti i giorni si sporcano le mani e qualche volta l’anima, non scrivono. Sono troppo impegnati a cercare di rimanere in vita per avere il tempo di esprimere per iscritto qualche concetto importante. Possiamo essere noi a dare voce alla loro fatica e ai loro sogni. Senza per questo considerarsi più importanti. Chi scrive è un amplificatore di suoni che raccoglie il lamento e lo trasforma in urlo, che cattura il lampo e lo muta in energia. Scrivere non è liberazione personale, scrivere è compromettersi, è com-patire, è impegno e rabbia rivoluzionaria per un mondo migliore.

In equilibrio

free.jpg Una delle doti che l’uomo moderno non possiede è l’equilibrio. E’ raro trovare persone equilibrate, così raro che diventa una qualità indispensabile per certe professioni. Dovrebbe essere la base di ogni individuo normale e non l’eccezione. Equilibrio nel parlare, nell’agire, nel rapporto con gli altri, equilibrio nel bere, nel mangiare, nel vestire. Ma l’equilibrio fondamentale è quello che aiuta a sopportare questa strana società, che a parole promette ricompense a tutti ma a pochissimi permette di accostarsi copiosamente al calice di una vita senza lamenti. Viviamo in una situazione di realtà sospesa. Il rischio è diventato funzionale, non episodico, in questo nostro contesto. E’ una parte integrante di questà società. Vanno per la maggiore sport come il free climbing, il jumping, il parapendio, lo sci estremo. Sembra che l’uomo moderno abbia bisogno del rischio come un “plusvalore emozionale”. Così tutto deve essere un pò rischioso per divenire interessante: i palinsesti televisivi devono contenere quell’indice di pericolosità relativa che da gusto al programma, gli eventi, se non sono rischiosi, devono essere almeno raccontati come tali, lo sport deve contenere quel rischio che lo rende attraente, l’amore deve avere una componente di rischio, così il sesso, così il gioco, così l’uso sempre più frequente di sostanze euforizzanti. A tal punto che si rischia molto ma non si cambia nulla e tutto resta come era. Si finisce per accettare le bugie del sistema, si naviga a vista in attesa di nuove “storie palpitanti”, cercando ancora altre sensazioni forti, fino a scadere nell’atonia generale. Il sistema ha fatto di noi persone scarsamente equilibrate, manovrabili perché deboli, nella convinzione di essere degli eroi. L’aver goduto di emozioni forti non fa di noi dei forti, ma degli scontenti, dei depressi. Ogni giorno l’uomo moderno è costretto a sperimentare una sorta di percorso ad ostacoli, risk.jpg una gara contro le insidie sociopolitiche ed economiche, che lo spingono a rifugiarsi nella ricerca del rischio, incapace di vivere la quotidiana normalità, tentando di sopravvivere a se stesso. Nel dubbio amletico tra essere o non essere, tra la nobiltà di sopportare gli strali di una sorte avversa o alzarsi e combattere, noi scegliamo una terza via, quella di dormire e sognare un posto d’onore nel Camel Trophy. cam.jpg

Il viaggio

blade runner, fantasia, politici ”Ho viste cose, che voi umani non potreste immaginare.

 Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione … E ho visto i raggi B, balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser”. Ho visto politici piangere per la sorte dei 4 milioni di disoccupati senza stipendio da mesi, e decidere di rinunciare alla pensione per aiutare quelle famiglie.

Ho visto la Fornero dire il vero con grande umiltà e Passera abbracciare un senegalese.

 Ho visto la Minetti  laurearsi  a pieni voti  in Astrofisica e poi chiudersi in un convento di Carmelitane scalze. 

 Ho visto  Vespa con passaporto venusiano emigrare su Urano, perduto nel tempo, come lacrime … nella pioggia.

 Ho visto Dell’Utri, prigioniero in una bolla trasparente su Aldebaran, leggere Sant Agostino.

Ho visto  Di Pietro e Fini spogliarsi dei propri averi e vivere in una botte alla periferia di Managua.

Ho visto Bersani piangere sulla spalla di Renzi e D’Alema in armi sorridere a Vendola.

E poi ho visto l’uomo di Arcore, a Calcutta, lavare le ferite dei lebbrosi e accompagnarli con un sorriso  nei loro giacigli.

 Ho visto Scarbi, schiaffeggiato da Platinette, porgere l’altra guancia.

Ho visto… ho visto… Ciumbia, devo cambiare fornitore! 

Sicilia bedda

 Sono stato in Sicilia.  In macchina ho attraversato la penisola. Fatica  e mistero insieme. Soprattutto sulla Salerno Reggio Calabria il mistero si infittisce. Decine di cantieri aperti con pochi o nessun operaio sul lavoro, tonnellate di ferro arrugginito da anni, gru e automezzi ormai in disuso da tempo, gallerie iniziate  e mai finite, quasi caverne di giganti sconosciuti, ponti sul nulla, colline rase al suolo e ricostruite uguali con i detriti recuperati, centinaia di km a corsia unica, centinaia di autoarticolati che rendono il viaggio una via crucis desolante e rassegnata. Ma più aumenta la desolazione e la fatica più rimani stupefatto quando, in prossimità di Villa San Giovanni, l’antica isola ti appare. E sul traghetto, più lentamente si avvicina più rapidamente ti entra nel cuore, ti assale, ti aggredisce in tutta la sua bellezza. Allora realizzi che gli  ultimi 400 km,  che hai appena percorso soffrendo e che  ti hanno prostrato come  in un rally selvaggio, hanno un significato:  l’isola te la devi conquistare, come prima fecero i Greci e poi i Romani.

La Sicilia è come una donna siciliana, non si concede al primo incontro, vuole attenzione e amore vuole interesse e partecipazione. Ma resta nascosta e non  si toglie  il velo. La puoi solo immaginare. Ma  quando diventa tua  è tua per sempre. E scatta un meccanismo di condivisione e integrazione che è unico.  Diventi parte di quel gruppo e spartisci ogni cosa, gioia e dolori, feste e lutti, figli e nipoti.  In Sicilia nessuno coltiva da solo il proprio campo, perchè ti costringono ad essere parte di un campo più grande che appartiene a molti e a cui tu appartieni per consuetudine acquisita. Così sei costretto a cambiare la tua visione nordista epicurea del “vivi privatamente”. Non puoi, non te lo permettono. Nemmeno ad un solitario come chi scrive è stato possibile. E’un’onda che ti prende, come le mareggiate di Scoglitti o di Trapani.
Come uomo del nord pensavo che il silenzio e la riflessione costante fosse uno stile di vita: mi sbagliavo, era un rifiuto della vita, un non vivere. La gioiosa naturalezza della Sicilia mi ha aperto gli occhi. La vita è una cosa meravigliosa, anche senza calcoli logaritmici e logici, soprattutto su quella terra dalle mille risorse e dalle mille insanabili contraddizioni.

E allora oggi come ieri mi sento vicino a tutti quegli amici che con coraggio e onestà credono in questa isola meravigliosa, lampi di energia che  illuminano  la storia, e che sono una speranza per il  futuro. Benvenuto in Sicilia

Affamati e schizzinosi

for.jpg Bisogna essere di bocca buona per accettare la Fornero. E infatti lei consiglia ai giovani di non essere troppo choosy, schizzinosi. E che ogni lavoro deve essere accolto sempre, e con entusiasmo. Così mi immagino che i figli della Ministra-gallina, dopo la laurea e magari un master, abbiano accolto con entusiasmo l’idea di scaricare cassette di frutta al Mercato coperto di Torino, o lavare macchine al Car wash di Grugliasco o rispondere al telefono nei call center dei Murazzi.  Sono convinto che i rampolli di casa Fornero non conoscano nemmeno l’indirizzo dei Centri per l’Impiego provinciali e delle agenzie interinali locali.  No, loro hanno preso il volo con qualche telefonata giusta e qualche incontro ai piani alti. Altro che choosy!!

Come sempre l’arroganza dell’Elsa nazionale la fa da padrona.  Tenta di escludere i giornalisti dall’incontro con i giovani industriali, perchè la categoria può travisare le sue parole. Non si travisa alcunchè, si fatica ad ascoltare i suoi discorsi, e poi velocemente in bagno a vomitare. vomi.jpg

La disoccupazione è alle stelle, quella giovanile ha raggiunto il 35%. Ma Monti vede la luce e la fine della crisi – dice- è vicina. Mi chiedo quale sostanza usi abitualmente per essere così ottimista e così fuori dal reale. Se questo personaggio rappresenta il meglio della classe politica italiana, allora la nostra sorte  è segnata e il 2012 sarà la fine. Proprio come prevede il calendario Maya!

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Tatuaggi e omologazione

tat.jpg Sono piccoli e delicati, qualche volta.  Oppure  grandi e vivacissimi.  Disegnano solo alcune aree del corpo, o coprono quasi integralmente abbandanti porzioni di pelle.   Monocromatici o variamente colorati, con rappresentazioni fantastiche e terribili o solo  con scritte e numeri.  Simboli  giapponesi o figure polinesiane, di carattere religioso ma più facilmente laico. Si intravvedono quando gli indumenti si tat1.jpgscompongono,  o al contrario sono  come un manifesto pubblicitario che non passa inosservato. Dalla testa ai piedi senza differenza, purchè appaia. Sono i tatuaggi,  i tattoo, bodyart del nostro periodo. Caratterizzano una generazione  mescolando età e fasce sociali:  giovanissimi  e cinquantenni, vip e  persone assolutamente anonime  di basso rango, tossicodipendenti e  rispettabili funzionari di banca.  Il tatuaggio è la nuovo frontiera dell’essere:  far apparire un lembo del proprio corpo disegnato o scolpito dal mistico ago, equivale a  migliorarsi,  e trovarsi più presenti a se stessi, insomma  “mi tattuo dunque sono e sono migliore”.  Il tattuaggio slatentizza potenzialità sconosciute, l’apparire si dimostra determinante: mentre presento  il mio disegno presento il mio corpo trasformato. Sono quello che il tatuaggio esprime, una farfalla, un drago, un fiore, una frase made in Japan o in lingua Maori.  Ma è indispensabile che il tatuaggio sia visibile: allora le maglie si accorciano e lasciano intravvedere il fondo della schiena  dove prende vita dal basso un’immagine,  o il seno prorompe per mettere in luce una piccola macchia colorata, complicata e delicata nello stesso tempo. O ancora al primo lieve tepore  si indossano pantaloncini per far   tat2.jpg convergere l’attenzione sul sottostante polpaccio annerito dall’inchiostro di un amanuense a pagamento.

 

E’ una  tribù che si muove attraverso il linguaggio del corpo, dentro un alfabeto per iniziati, che racconta questa  società e la voglia di uniformarsi. Non è il diamante per sempre, è il tatuaggio. Rimane sulla pelle a dichiarare che c’è. Non un cambiamento, è un marchio indelebile che oggi  condiziona “allegramente” anche per un eventuale funesto domani. Il tatuaggio dei nostri giorni  non ha il sapore scanzonato del tatuaggio del marinaio che in ogni porto si trafigge la pelle con il nome dell’amata. No,  ha il gusto  aspro della vita che cerca sicurezza e stabilità nel precario, trasformandolo  in definitivo.   ”Sono forte perchè il mio lupo è forte,  sono astuto perchè il mio serpente è astuto, sono vivo perchè il mantra disegnato sul collo mi da la vita”. tat3.jpg