Avvento e figli

avv.jpg L’Avvento, parola ormai in disuso anche nella Cristianità. Avvento significa l’attesa della nascita di Gesù. Un mese di attesa per questo evento che si ripete ogni anno e ogni anno porta speranza.

Ricordo il periodo del Collegio. L’Avvento era vissuto come attesa anche del ritorno a casa. Mi sembra di sentire ancora il profumo del mare e di certi tramonti sull’acqua, il molo e il  faro,  il desiderio di stare in famiglia e dividere la festa con i genitori e i fratelli. E poi la grande Messa di mezzanotte, i canti, l’odore dell’incenso, il sonno da scacciare e la liturgia da seguire.

Un’attesa che si scioglieva dolcemente il giorno di Santo Stefano quando le porte del Collegio si aprivano: erga omnes e la felicità quasi si toccava.

erga.jpgHo vissuto per anni questo periodo dell’Avvento con intensità, aspettando il Natale come un regalo, vivendo le stesse emozioni di un tempo.

Oggi sono padre di tre figli e non sono riuscito a trasmettere nulla o molto poco di queste sensazioni. Il Natale oggi non è attese di niente. Ci prova la pubblicità con decine di spot al limite della morale a farci desiderare qualcosa, che poi è un oggetto, un gioco, un regale. Desiderio materiale , mai indirizzato verso la crescita dello spirito, sempre verso il possedere cose. Dio non esiste, Gesù resta confinato nella stalla e noi, nonostante il maggior avere, siamo sempre più poveri.

Così l’Avvento non è un tempo di attesa e di tensione, diventa una delle tante stazioni intermedie del nostro egoismo. Stare insieme anche in famiglia diventa un obbligo, una tradizione che si sopporta, sempre con l’occhio al telefonino in “attesa” di messaggi più interessanti.

In questa società non c’è tempo per pensare, bisogna fare. Voglio quella precedente, voglio un tempo di silenzio riflessivo, per la mia vita.